Nonostante tutto e tutti, la politica italiana vive

Fin dalle prime discussioni in famiglia, le domeniche a pranzo, ebbi l’impressione che la politica italiana fosse di casa: contradditoria, contorta, semplice e affatto trasparente, come i tanti esempi e situazioni che mi venivano proposti dai parenti e dagli amici italo-americani.

Quando nel 1999 arrivai in Italia, quella sensazione si rafforzò e divenne certezza quando, pochi anni dopo, mi trasferii nel Bel Paese per studiare e lavorare. Mi resi conto che la politica era un tassello importante, fondamentale e necessario della società che mi apprestavo a scoprire da vicino. Come mi fu detto in quel periodo con aria di rassegnazione e cinismo, “la politica non è fatta per gli italiani, ma gli italiani sono fatti per la politica”.

Oggi ne sono pienamente convinta. Gli italiani hanno dimostrato di amare la politica non solo negli anni della politica ideologica degli anni ’60 e ’70, quando era facile subire il fascino della politica, ma anche oggi, in pieno materialismo neoliberale, con partiti politici anemici e privi di sostanziali differenze in campo economico.

L’affezione degli italiani alla politica è dimostrata dalla partecipazione politica. Non mi riferisco solo all’affluenza nelle competizioni elettorali – una delle più alte in tutta Europa – ma all’attivismo degli italiani, impegnati più di tutti in associazioni, organizzazioni, ONG, istituti educativi e di carità locali, nazionali e internazionali.

Tuttavia, questa situazione non può non essere inserita in uno scenario di generale crisi in cui il paese è incagliato da circa 25 anni. Le politiche economiche affrontate da una classe dirigente corrotta e attenta al breve periodo, hanno messo in ginocchio le strutture produttive italiane. Poi, con i grandi cambiamenti politici e internazionali accorsi all’inizio degli anni Novanta – Mani Pulite e il collasso della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista; il crollo dell’Unione Sovietica e il trasformismo del Partito Comunista Italiano – l’Italia ha sofferto la mancanza dei punti di riferimento che l’avevano guidata fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

La confusione di quegli anni ha spinto gli italiani all’emozione, portando alla ribalda il populismo e facendo emergere la controversa figura politica di Silvio Berlusconi. Totalmente diverso dai grandi statitisti italiani che avevano reso l’Italia uno dei primi paesi più ricchi al mondo, Berlusconi ha riunito a sè il potere politico e quello mediatico, sfruttando la sua presenza quasi dominante nel panorama televisivo e editoriale, e promesso riforme e straordinari livelli di benessere.

Coinvolto in numerosi processi penali e scandali di natura sessuale, Berlusconi non ha realizzato nemmeno un punto del suo programma. Ha più volte tentato di modificare la Costituzione per salvaguardare temporaneamente la figura del Presidente del Consiglio dai processi. È riuscito invece a cambiare la Scuola Pubblica e modificare gli assetti e i palinsesti della televisione pubblica – modificandoli in senso favorevole a Mediaset, il suo gruppo televisivo.

La figura di Berlusconi, oramai in crisi e sempre più autoreferenziale, è riuscita a farsi amare e odiare così tanto dagli italiani soprattutto per un motivo: la debolezza dell’opposizione, frammentata all’inverosimile, tormentata dall’assenza di un leader.

Oggi siamo di fronte alla vigilia di un cambio politico dettato dalla debolezza dell’attuale governo – oramai autoreferenziale e primo di appoggio – e dalla crisi economica che attanaglia l’Italia e il mondo. Sono necessarie politiche austere di risparmi e sacrifici, riforme di breve e lungo periodo che solo un governo di centrosinistra oggi può realizzare.