Dopo 150 anni di vita, all'Italia toccherebbe un futuro radioso

Cos’è l’Italia? Molte volte mi sono posta questa domanda. È il paese “pasta, pizza e mandolino”, l’Italietta da molti disprezzata e incapace di concretizzare? È un museo a cielo aperto, faro culturale della società occidentale? È un paese caotico, ricco di potenzialità e soffocato da problemi antichi e mai risolti? L’Italia è una o ci sono piú Italie? E se ci sono più Italie, qual’è quella corretta? Quella del Nord o del Sud?

L’Italia è tutto questo. È un paese ricco con enormi potenzialità, con un substrato socio-economico fortissimo e profonde pozze di povertà. È un paese che vive una profonda crisi, ma ha dimostrato più volte di essere capace di ricominciare e tornare a produrre e vendere in tutto il mondo.

È sempre stato il paese delle città, degli enti locali, di una fitta rete di commerci regionali e di culture regionali. Esiste l’Italia del nord e del sud, quella continentale e quella isolana, ma definire l’Italia con una sola semplice frase è cosa impossibile.

Nel 2011 l’Italia ha compiuto i suoi primi 150 anni da paese unito e indipendente. Prima del 1861, l’Italia non esisteva. Al suo posto c’erano numerosi stati regionali, deboli entità politiche rette egoisticamente da famiglie nobiliari e spesso pedine nelle mani dei grandi stati europei – Inghilterra, Francia, Impero Austro-Ungarico, Spagna.

Quando pochi decenni dopo l’inizio dell’Ottocento iniziarono i moti nazionali in Italia, tentativi di ogni sorta furuono fatti per realizzare il sogno unitario. Dai libri di storia si apprendono tre cose: a) nonostante la frammentazione politico-geografica, un sentimento di italianità era comune in tutti gli Stati regionali pre-unitari; b) l’elite illuminata e più educata è stata il motore ideologico e materiale dei moti; c) le masse contadine non hanno partecipato, se non da spettatori, all’esperienza unitaria.

Poichè mia intenzione qui, non è quella di redarre uno studio sull’Unità d’Italia (poichè richiederebbe troppo tempo e spazio) ma quella di presentare il mio personale punto di vista sulle vicende storico-italiane della penisola, andrò ad analizzare quelli che secondo me sono i due elementi principali che hanno reso difficile un sereno festeggiamento dell’Unità d’Italia.

Da una parte l’eredità storica delle penisola. Al nord i comuni e le città si erano imposte come strutture socio-economiche in grado di far circolare il denaro, sviluppando le strutture urbane e quelle agricole, puntando non piú sul latifondo, ma sui lavoratori salariati così in gradi di entrare anche loro nel mercato.

Al sud il latifondo perpetuo, rotto solamente con il ciclo repubblicano alla fine del Secondo Conflitto Mondiale. Questa differenza ha temprato in modo diverso il tessuno socio-economico delle due Italie. Non solo, aggiungerei che, dal mio punto di vista, l’unità d’Italia fu un progetto geopolitico necessario e strumentalizzato a favore dell’economia del nord d’Italia. Prima che Garibaldi riuscisse nella sua spedizione, infatti, a sud vi era un unico grande Stato regionale, il più grande di tutta la pensiola: il Regno delle Due Sicilie.

Dotato della più grande flotta mercantile al mondo, dopo quella inglese, il Regno delle Due Sicile teneva ben chiusa la cassa del Regno, impedendo il finanziamento di infrastrutture pubbliche quali strade, ponti, ferrovie, porti.

Al nord accadde l’opposto. Il governo di Camillo Benso Conte di Cavour, per conto del Re del Regno Sabaudo, finanziò con denaro pubblico le infrastrutture necessarie per l’industrializzazione del regno, per poi avvalersi, a Italia Unita, del tesoro conservato nelle casse di Napoli e proveniente dall’attività che i Borbone sapevano fare meglio di tutti: tassare i sudditi del Regno delle Due Sicilie.

Questi due elementi, a parer mio, hanno realizzato la sostanziale differenza economica e sociale tra Nord e Sud, e quando penso che una parte del nord, non ha inteso prendere parte ai festeggiamenti per l’unità, mi chiedo cosa dovrebbe fare il sud. Rimango sempre incapace di descrivere l’Italia, anche nei suoi primi 150 anni.

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