Gli anni a Palermo e l'antimafia presentata al mondo

La lotta alla mafia in Italia si può considerare iniziata negli anni ’60, quando la classe dirigente di allora, a partire dai sindaci e dai comandanti delle forze dell’ordine delle piccole cittadine del Sud, iniziò ad ammettere l’esistenza e la complessità del fenomeno mafioso e a elaborare strategie di contrasto.

Oggi chi combatte seriamente le mafie, sa quanto sia difficile vincerle, ma sa altrettanto quello che con certezza e professionalità disse il giudice Giovanni Falcone in un’intervista rilasciata qualche settimana prima di essere ucciso in un attentato terroristico di natura mafiosa: “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un inizio e una fine”.

Nonostante le interferenze negative operate da parte della classe dirigente italiana degli ultimi anni, la lotta alle mafie è andata avanti. Molto è stato fatto: dal punto di vista legislativo, coattivo e giurisdizionale, sono state approvate leggi antimafia, è stato istituito il carcere duro (41bis) per i detenuti mafiosi, sono stati confiscati i beni dei mafiosi e sono state migliorate le tecniche di intercettazione ambientale.

Dal punto di vista politico è nell’aria la proposta di legge che non permetterebbe ai cittadini italiani sotto processo o ai condannati, il diritto a candidarsi per ricoprire cariche elettive pubbliche. Dal punto di vista culturale-educativo, è stata aumentata la consapevolezza tra i cittadini che un Italia senza mafie sarebbe un’Italia migliore, piú democratica, ricca, equa e libera.

Questa consapevolezza ha portato sempre piú giovani, soprattutto siciliani e meridionali in genere, dalla parte dell’antimafia. Sono state fondate associazioni e organizzazioni per la riqualificazione del territorio e il sostegno alle vittime di mafia, ai commercianti che non pagano il pizzo o che decidono di uscire dalla ragnatela oscura della criminalità.

In questi ultimi anni la lotta alla mafia ha vissuto delle contraddizioni intollerabili. Se le forze dell’ordine hanno assicurato alla giustizia un importante numero di esponenti di spicco delle varie mafie regionali italiane, il governo Berlusconi ha più volte proposto la limitazione e/o eliminazione delle intercettazioni telefoniche ai fini di qualsiasi tipo di indagine della magistratura.

Sebbene l’Italia debba continuare a migliorare e applicare la propria legislazione antimafia, è pur vero che sul versante antimafia l’Italia si trova avanti rispetto all’Europa. Ciò è dovuto essenzialmente a due fatti: da una parte il dato storico, l’evidente storica convivenza del fenomeno mafioso nelle campagna e poi nelle città italiane; dall’altro l’incapacità dell’Europa di ammettere l’esistenza delle mafie nei loro paesi.

Oggi, statistiche alla mano, le mafie italiane hanno trasferito buona parte delle proprie attività al di fuori dei confini del Bel Paese, in particolare in Germania, Spagna e Paesi Bassi. Se in passato gli investimenti hanno dato vita ai migliori casinò degli Stati Uniti d'America, oggi miliardi di euro provenienti da attività sporche sono stati riciclati in investimenti legali che aumentano il giro d'affari, fornendo nuova linfa vitale alla mafia: il potere economico.

Sulla costa orientale della Spagna sono stati costruiti centinaia di alberhi e resort; in Germania centinaia di pizzerie, discoteche e altri locali sono state aperte; nei Paesi Bassi le mafie italiane gestiscono la prostituzione e il traffico di droga dividendosi il bottino con mafie dell’Europa orientale.

Sono tematiche che poche volte riescono a penetrare il muro di gomma dei media europei. Sonia Alfano, europarlamentare siciliana impegnata nell’antimafia, mi sembra essere l’unica italiana al momento impegnata a rendere consapevoli del fenomeno i paesi d’oltralpe.